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La non-parola del 2011

Dopo la Parola dell’Anno, ecco i risultati della Non-Parola dell’Anno.

Espressione vincitrice del 2011 è Döner-Morde, traducibile con “I delitti del kebab”. No, non è il titolo di un B-movie anni ’70 (anche se Tomas Milian ci avrebbe fatto la sua porca figura), si tratta di una serie di omicidi di matrice razzista compiuti da un gruppo neonazista che prendeva di mira soprattutto immigrati di origine turca e mediorientale.

Al secondo posto troviamo Gutmensch, corrispettivo tedesco di “buonista”. L’espressione è in pratica il contrario di Wutbürger, parola dell’anno 2010, che si riferisce ai cittadini che scendono in piazza per esprimere apertamente il proprio dissenso nei confronti dell’autorità.

Medaglia di bronzo infine per Marktkonforme Demokratie, ossia “democrazia conforme alle regole del mercato”, espressione che implica una certa perdita di importanza dei valori democratici a favore dei meccanismi dell’economia di mercato.

Sarei curiosa di vedere quali potrebbero essere le “frasi dell’anno” di un’eventuale versione italiana. Per il 2012 credo proprio che in pole position troveremmo “Vada a bordo, cazzo!”

Foto: sxc.hu

Scusate il ritardo. Non volevo lasciarvi sulle spine a struggervi per il risultato della Parola dell’Anno, davvero, non volevo. Quindi, per evitarvi ulteriore sofferenza, passo subito alla classifica.

Wort des Jahres 2011
1. Stresstest
2. hebeln
3. Arabellion
4. Merkozy
5. Fukushima
6. Burnout
7. guttenbergen
8. Killersprossen
9. Ab jetzt wird geliefert!
10. Wir sind die 99%

La parola vincitrice è, per una volta, abbastanza intuitiva. La seconda classificata, invece, prendendo a prestito un tormentone di Bisio di qualche anno fa, è un po’ intraducibile. Un corrispettivo italiano non l’ho trovato, quello inglese sarebbe “leverage”. Visto che nella spiegazione si parla di sfera finanziaria, sono andata a curiosare nel gergo economico e ho scoperto che “leverage” indica il “rapporto di indebitamento” di una società. In pratica “hebeln” si riferisce all’atto di contrarre un debito per salvarsi dal fallimento (o di concedere un prestito per salvare una società dal fallimento, non mi è ben chiaro se venga usato in forma attiva o passiva). In pratica quello che hanno fatto molte banche europee, nonché la Grecia, con i milioni gentilmente concessi dalla BCE.

Arabellion è invece l’unione di due parole (giochino linguistico che piace tanto ai giapponesi): Arabisch + Rebellion, per indicare le rivolte della Primavera Araba. Stesso meccanismo per Merkozy (Merkel + Sarkozy). Fukushima non ha bisogno di traduzioni e burnout ha lo stesso significato dell’inglese (mi piace pensare che l’equivalente italiano sia “il logorio della vita moderna”).

Ma la genialità tedesca raggiunge l’apice con guttenbergen, trasformazione in verbo del cognome dell’ex ministro della difesa Karl Theodor zu Guttenberg, finito al centro di una situazione alquanto imbarazzante quando si è scoperto che aveva scopiazzato allegramente parte della sua tesi di dottorato. Risultato: guttenbergare è diventato sinonimo di copiare, plagiare.

Killersprossen sono i “germogli killer” che hanno scatenato il panico la primavera scorsa, mentre le ultime due posizioni della top ten non sono proprio parole, ma slogan: la 9 è il motto col quale si è presentato Philipp Rösler, che ha sostituito Guido Westerwelle alla presidenza del Partito Liberaldemocratico, e vuol dire più o meno “Da adesso si vedranno i risultati”; la 10, abbastanza intuitiva, è la versione tedesca dello slogan di Occupy Wall Street “We are the 99%”, “Noi siamo il 99%”.

Per il momento è tutto. Ci risentiamo fra qualche giorno per i risultati della Non-parola dell’anno.

Mea culpa. Negli ultimi mesi ho abbandonato questo blog al suo triste destino di isoletta deserta nell’immenso oceano del web. Ma ora che la fine dell’anno si avvicina posso finalmente tornare a parlare dell’argomento che più sta a cuore ai germanofili convinti: la parola dell’anno! I risultati dell’edizione 2011 della mitica classifica Wort des Jahres non sono ancora stati resi noti, ma sono sicura che i nostri cari amici krukki non ci deluderanno.

In attesa di scoprire quali saranno i neologismi vincitori, riporto le 3 espressioni che nel 2010 si sono piazzate in cima all’altra classifica tanto amata dagli estimatori della lingua di Goethe: la Unwort des Jahres, ossia la non-parola dell’anno. Perché i tedeschi non solo hanno una parola per tutto, ma anche una non-parola per tutto. A proposito, avete tempo fino al 31 dicembre per proporre la vostra non-parola, potete inviare i vostri suggerimenti all’indirizzo email vorschlaege @ unwortdesjahres.net.

Unwort des Jahres 2010

1) Alternativlos = senza alternative (unica soluzione possibile)
2) Integrationsverweigerer = chi si oppone all’integrazione
3) Geschwätz des Augenblicks = chiacchiera del momento

Altro che sorrisetti d’intesa fra Sarkozy e la Merkel, spread ballerini e discorsi infiniti su Eurobond sì Eurobond no, queste sono le notizie che interessano ai veri German-nerds.

Essendo questo blog nato come diario di viaggio, mi sembra sensato usarlo per parlare della mia trasferta svizzera pasquale. Piccola premessa: molte delle mie trasferte mitteleuropee sono legate a concerti: visto che uno dei miei gruppi preferiti non suona mai in Italia, sono costretta a valicare le Alpi per vederli dal vivo. Si tratta dei Die Ärzte (in italiano “I Dottori”), band berlinese sconosciuta al di fuori dei paesi di lingua tedesca, ma popolarissima in Germania, con tour che vanno in sold out nel giro di pochi giorni. Ma ogni tanto i tre dottori si stufano dei megaconcerti in location enormi e organizzano spettacoli sotto falso nome in locali minuscoli. Ed è proprio a uno di questi “concerti segreti” che ho partecipato sabato scorso.

Die Ärzte aka Laternen-Joe © Kofmehl.net

L’inizio del viaggio non è dei migliori: 35 minuti di ritardo per problemi alle porte del treno. Un classico. La signora seduta di fronte a me, un’americana che vive in Italia da 20 anni, mi chiede se vado a Zurigo a trovare la famiglia per Pasqua e io le rispondo che vado a vedere un concerto. Al che segue questa conversazione:

“Lei è tedesca, vero?”
“Ehm, no.”
“Ah, no? È milanese?”
“Sì.”
“Davvero? Complimenti!”

Rimango un attimo perplessa. Solo più tardi scoprirò che la signora usa il termine “complimenti” come intercalare e lo infila quasi in ogni frase.

A Zurigo cambio treno e arrivo a Solothurn senza problemi. Una precisazione: dal punto di vista linguistico, la Svizzera è oltremodo frustrante. Nella cosiddetta “Svizzera tedesca” i cartelli, la segnaletica e tutte le comunicazioni scritte sono effettivamente in tedesco, ma le persone parlano una variante locale che è assolutamente incomprensibile. Non solo fra loro, ma anche nei negozi, negli uffici, alla stazione. Ogni volta devo chiedere “Wie bitte?”, al che passano tedesco standard. Anche alla reception dell’ostello: il ragazzo al banco inizia a parlare, poi, vedendo il vuoto nei miei occhi, mi chiede “Soll ich Hochdeutsch sprechen?” cioè “Preferisce che parli in tedesco?” Ja, bitte.

(E comunque, l’accento svizzero fa morire dal ridere. L’effetto Rezzonico resta invariato sia in italiano, che in tedesco.)

Vista dell'Aar dall'ostello

La Fontana della Giustizia

Problemi linguistici a parte, Solothurn è una cittadina deliziosa, con la parte vecchia in stile barocco e molte fontane. (È anche detta “La città dalle 11 fontane”.) Il concerto è devastante: la setlist è tiratissima e pensata per un piccolo club punk-rock; in pratica si poga dall’inizio alla fine. Per fortuna i tre non perdono l’abitudine di sparare cazzate fra una canzone e l’altra, un classico dei loro concerti, così ogni tanto ci concedono un po’ di respiro. Alla fine della serata sono dolorante ma soddisfatta. Per tornare all’ostello devo fare un giro alternativo, perché la security del locale ha bloccato la strada dalla quale sono arrivata, probabilmente per evitare potenziali lamentele per schiamazzi da parte degli abitanti della via. La quiete pubblica prima di tutto.

La Fontana dei Pesci e la Torre dell'Orologio

Poteva mancare una mucca in Svizzera?

L'insegna di un kebabbaro nella città vecchia

La mattina seguente scendo a fare colazione e trovo ad aspettarmi, invece del solito pane a fette confezionato o dei panini avanzati dal giorno prima, del pane  rustico appena sfornato. Una delizia. E visto che è Pasqua, ci sono anche le uova sode decorate. Faccio in tempo a fare un ultimo giro per la città vecchia, trovo una pasticceria/cioccolateria aperta e compro il dolce tipico locale, un tortino a base di mandorle. I miei treni sono in orario e il viaggio di ritorno fila liscio. Comunque anche nella precisa Svizzera ogni tanto hanno dei problemi: sul tabellone della stazione di Zurigo leggo che un treno ha un “ritardo indefinito”. Come direbbe l’agente Huber: proprio brutto, brutto, brutto.

Pubblicità… bestiale

Ho avuto una soffiata. Riguarda l’ultima campagna sulla sterilizzazione degli animali domestici promossa dalla PETA, organizzazione animalista internazionale famosa soprattutto per i testimonial VIP, che di solito si fanno fotografare senza veli accompagnati da slogan del tipo “Meglio nudi che in pelliccia”, “Indosseresti il tuo cane?”, “Preferisco i tatuaggi alle pellicce” e simili.

Thomas D.

Die Toten Hosen

Bela B. e Franka Potente

La campagna in questione è tedesca e anche questa volta compare un personaggio di una certa notorietà. Per fortuna con tutti i vestiti addosso. Il testo è il seguente:

Troppo sesso può fare male…
… anche a cani e gatti.
Ci sono già innumerevoli animali senza casa. Fate sterilizzare i vostri amici a quattro zampe!

L’immagine si commenta da sola.

Ecco uno dei rarissimi momenti in cui sono contenta di non vivere più a Berlino: già l’anno scorso il mio capo lanciava in continuazione frecciatine sull’Italia e Berlusconi, non oso immaginare cosa dovrei sopportare adesso…

Immagini © Peta.de

Fenomeni atmosferici diabolici

Fonte foto: WunderPhotos

La lingua tedesca è sempre fonte di grandi soddisfazioni. All’ultima sono arrivata per vie traverse, passando prima dall’inglese.

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un piccolo sondaggio linguistico e una delle domande era “Come chiamate il momento in cui piove mentre c’è il sole”? Oltre ad avere imparato un termine che non conoscevo (per la cronaca, si dice “sunshower” ), ho scoperto che esiste tutta una serie di modi di dire legati al fenomeno in questione, la maggior parte dei quali tira in balli diavoli, streghe o animali selvatici.

Già sapevo che dalle mie parti si dice “al diaul al sa spusa”, cioè “il diavolo si sposa”; la versione americana è “the devil is beating his wife” (“il diavolo picchia sua moglie”), ma esiste anche una variante meno cruenta, dove il diavolo bacia la moglie invece di prenderla a mazzate. In Francia invece, forse in preda ad una crisi di mezza età, picchia la moglie e sposa la figlia.

Altre figure molto gettonate, che compaiono in lingue e culture diverse e distanti fra loro, sono le volpi: dall’Inghilterra meridionale al Giappone, passando per la Calabria e l’Armenia, sembra che alle volpi piaccia sposarsi proprio quando pioggia e sole compaiono contemporaneamente nel cielo. In altri paesi i matrimoni riguardano invece topi, iene, orsi e bestie varie.

E poi ci sono le streghe, che si divertono a pettinarsi e farsi le trecce, o almeno così si dice in alcune parti del Veneto e della Catalogna (la regione spagnola, non l’ortaggio).

Ma tutto questo cosa c’entra col tedesco? C’entra eccome, perché, tanto per cambiare, la versione teutonica è quella più lunga e complicata, e batte perfino quella francese: “Wenn’s regnet und die Sonne scheint, so schlägt der Teufel seine Großmutter: er lacht und sie weint”, ossia “Quando piove mentre c’è il sole, il diavolo picchia sua nonna: lui ride e lei piange”.

Proprio un brutto cattivone, questo diavolo.

Avevo già pronto un post a tema linguistico, quand’ecco che sulla mia strada compare un cartellone. Non ha nulla a che fare con Berlino o la Germania, ma ho voluto condividere il momento di straniamento (anzi, tiriamo in ballo Brecht e chiamiamolo pure Verfremdung) che ho provato quando me lo sono trovato davanti.

Essendomi trasferita a Berlino poco prima delle elezioni tedesche, di manifesti elettorali ne ho visti parecchi, da quelli scritti in turco a quelli con il trio Marx-Engels-Lenin. Solitamente si cerca uno slogan accattivante per attirare l’attenzione dell’elettorato, ma a volte la fantasia latita e si prendono in prestito citazioni più o meno colte. Per le elezioni del 2008 il PD aveva risolto la faccenda col minimo sforzo possibile, ossia traducendo il motto di Obama “Yes, we can“. Non potevano certo immaginare che quel “Si può fare” gli si sarebbe potuto ritorcere contro:

Fonte: www.repubblica.it

Chissà chi è invece il genio dietro alla nuova campagna di Rotondi:

Fonte: biodiversitamilano.blogspot.com

A proposito, qualcuno mi sa spiegare il motivo di cotanto dispiegamento di mezzi pubblicitari? Si è candidato? A quale carica? Dove? Perché? Con lo stipendio da Ministro fa fatica ad arrivare a fine mese? E soprattutto, come l’avrà presa la Galbani?

Foto: www.sxc.hu

Forse oggi non è il giorno ideale per questo post, visto il terribile incidente ferroviario avvenuto ieri sera nei pressi di Magdeburgo, ma ultimamente ho pensato spesso a una delle cose che più mi mancano di Berlino: i mezzi pubblici. In nove mesi di permanenza nella capitale tedesca, non ho mai sentito la mancanza dell’automobile, neanche quando dovevo uscire la sera. Certo, quando la S-Bahn ha ritirato la metà dei treni per manutenzione straordinaria ai freni è stato un delirio, e il ghiaccio ha causato ritardi notevoli nei mesi invernali, ma in generale non mi sono mai trovata a pensare “Ah, se avessi la macchina…”

Tutto questo mi è venuto in mente mentre stavo cercando gli orari di un autobus, che d’ora in poi chiamerò “l’autobus fantasma”. Trattasi della linea Z203, che va da Cologno Nord, capolinea della metropolitana M2, alla stazione di Monza FS. Nella mia ingenuità, ero convinta che la tratta in questione fosse gestita da NET (Nord-Est Trasporti), società controllata da ATM, come tutte le altre linee che iniziano con la lettera Z. Ho cercato sul sito www.nordesttrasporti.it: nulla. Ho provato su www.atm-mi.it: idem. È come se non esistesse. Ho tentato anche una tattica ninja: sono andata alla pagina di GiroMilano e ho calcolato il percorso da Cologno Nord a via Veneto (Brugherio), dove c’è una fermata dello Z203. Il risultato è stato il seguente:

L’ATM mi consiglia di percorrere 2750 metri… a piedi. Grazie del suggerimento, ne farò tesoro. Alla fine, comunque, ho risolto il mistero: la linea non è gestita da NET né da ATM, ma da Brianza Trasporti. È bastata una breve visita al sito www.brianzatrasporti.it e gli orari sono stati consultati e, per precauzione, scaricati. Adesso spero solo di non ritrovarmi dentro alla sequenza d’apertura di Nightmare 2…

Uova con sorpresa

La mattina di Pasqua i bambini tedeschi sono impegnati nella tradizionale “caccia alle uova”: i genitori nascondono uova sode decorate in giro per la casa o in giardino e i figli devono ritrovarle tutte. Quest’anno, però, la caccia alle uova è iniziata prima e per motivi meno allegri: dopo la mucca pazza, il pesce al mercurio, l’influenza aviaria e la febbre suina, è la volta delle uova alla diossina.

Com’è possibile che la contaminazione sia avvenuta nella patria del cibo bio, per di più nel Paese che, nell’immaginario collettivo, è rigidissimo e inflessibile nei controlli? Ho dato una rapida occhiata alla stampa tedesca e ho trovato un articolo dal titolo emblematico: “Scandalo diossina: l’abbondanza avvelena il nostro cibo“.

La tesi di fondo è che la corsa al ribasso dei prezzi ha come conseguenza inevitabile una qualità altrettanto bassa e se si è arrivati alla situazione attuale è anche perché i consumatori non si sono mai veramente interessati alla provenienza di ciò che finisce nei loro piatti.

In realtà, in Germania esistono due tipi di consumatori: da un lato quelli che fanno la spesa nei supermercati bio e, potendoselo permettere, spendono molto per avere un cibo sano; dall’altro quelli che comprano nei discount, dove si trovano, riporta l’articolo, “500 grammi di macinato a meno di 2 euro, un litro di latte a 60 centesimi e una confezione da 10 uova (allevamento a terra) a 1,29 euro“.

I generi alimentari tedeschi non sono mai stati tanto a buon mercato: ricordo ancora che ogni volta che facevo la spesa a Berlino pensavo che la cassiera si fosse dimenticata di battere qualcosa perché il totale mi sembrava troppo basso. La produzione industriale garantirebbe anche sicurezza e igiene mai raggiunti prima, eppure qualcosa che non va c’è. E nemmeno gli allevamenti bio sono al sicuro: anche le loro uova riportavano tracce di diossina.

I ritmi serratissimi della produzione di massa impongono l’uso di pesticidi, concimi chimici e allevamenti intensivi per sostenere una produzione sempre più insostenibile, anche a scapito delle fattorie tradizionali: negli ultimi 30 anni il loro numero si è quasi dimezzato, vista l’impossibilità di competere non solo sul fronte della produzione, ma anche su quello dei prezzi, spinti sempre più verso il basso.

Secondo il giornalista è inutile chiedere controlli più rigidi e sanzioni più severe: passato il momento di indignazione collettiva le cose tornerebbero come prima, fino al prossimo scandalo. Invita invece i consumatori a informarsi sulla provenienza del cibo che acquistano e si chiede se valga davvero la pena fare del male non soltanto all’ambiente, ma anche a noi stessi, solo per risparmiare qualche euro.

Fonte immagine: www.sxc.hu

Quando ho aperto questo blog ero convinta che al mio rientro in Italia l’avrei mandato in pensione: del resto un diario di viaggio si scrive mentre si è in viaggio. Il piccolo invece è sopravvissuto, anche se gli aggiornamenti sono stati sporadici. Ma col post del 31 dicembre scorso pensavo davvero di avere messo la parola fine a quest’esperimento.

E invece no, perché di tanto in tanto qualche brandello della mia trasferta berlinese torna a galla, di solito nei modi più strani. Attraverso la posta, ad esempio. E non semplicemente sotto forma di auguri di Natale da parte della mia ex-coinquilina in procinto di partire per un tour delle Americhe, dal Canada all’Argentina. No, sarebbe troppo banale. Il brandello in questione è arrivato in una busta bianca riportante il timbro “MISSENT TO THAILAND”, ossia “spedito per errore in Thailandia”.

Si trattava della richiesta di pagamento per un’ambulanza. La versione breve della storia è che, il giorno in cui sarei dovuta rientrare in Italia coi miei, è successo qualcosa per cui c’è stato bisogno di andare all’ospedale in ambulanza, con annesso rinvio della partenza, pagamento di vari extra, ricerca di un deposito dove lasciare i bagagli e discorsi con medici e infermieri vari, il tutto rigorosamente in tedesco. Sul momento abbiamo pagato solo una specie di ticket di 10 euro in quanto non residenti, e io pensavo che fosse finita lì. Invece lo scorso ottobre mio padre riceve una richiesta di pagamento per l’ambulanza di 300 e passa euro. Gulp. L’assicurazione non copre questo tipo di spesa e i soldi li dobbiamo sborsare noi. Nel tradurre la lettera incontro un termine che non ho mai visto e che significa “sollecito di pagamento”. Ma i solleciti non si spediscono quando il primo avviso è stato ignorato? Visto che non ho mai ricevuto nulla del genere (figuriamoci in tedesco!) e che quella è la prima lettera che riceviamo dall’ospedale, decido che si tratta di un semplice “avviso di pagamento” e accompagno i miei a fare il bonifico.

Il mistero si risolve più di due mesi dopo, quando mio padre si ritrova tra le mani la suddetta busta contenente proprio il famoso primo avviso di pagamento. Busta che, per andare da Berlino a Milano, ha fatto il giro panoramico ed è passata dalla Thailandia. Del resto, da Mailand a Thailand il passo è breve. O no?

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