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800 gradi

No, il titolo non si riferisce alla temperatura che ho trovato in casa quella volta che sono uscita senza accendere l’aria condizionata (immaginatevi di entrare in un forno e avrete un’idea dell’atmosfera che mi ha accolto al rientro).

Un paio di settimane fa la copertina di LA Weekly, settimanale gratuito con tutti gli appuntamenti culturali e per il tempo libero, era dedicata alla pizza. All’interno, pagine e pagine dedicate alle migliori pizzerie della città. Una di quelle nella Top Ten è nel mio quartiere, quindi ho deciso di fare un salto e vedere come fosse questa pizza made in LA.

Innanzitutto va precisata una cosa: la mente dietro a questa pizzeria, che si chiama appunto “800° Degrees“, ha applicato il concetto di fast food alla pizza e ha declinato il tutto all’americana. All’ingresso si sta in fila e, come prima cosa, si decide quale base si vuole: margherita, bianca o marinara. Passo successivo: i toppings. Ogni ingrediente aggiuntivo costa un dollaro (tranne qualche eccezione, tipo il tartufo o il prosciutto di Parma che costano tre dollari) e se ne possono aggiungere a volontà. Io mi sono limitata a due: funghi e scamorza affumicata. Quando la nostra pizza è assemblata, si passa dalla cassa a pagare e il pizzaiolo la inforna. Tempo di cottura: 60 secondi (giuro!) Nell’attesa si va a prendere da bere (l’acqua, come in tutti i ristoranti e fast food americani, è gratis). Quando chiamano il nostro numero si ritira il piatto e si va alla ricerca di un tavolo libero. Alla fine, con meno di 10 dollari ho mangiato una buona pizza, che non aveva nulla da invidiare a una fatta in Italia. Non mi posso lamentare.

Mmh, pizzaaa…

Tra l’altro il posto è talmente popolare che c’è sempre la fila fin fuori dal locale. Questa era la situazione quando sono uscita:

Peggio che essere a un concerto rock

Ho visto di peggio solo alla gelateria “Diddy Riese“:

La fila inizia davanti al quarto albero da sinistra

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5 agosto, domenica. Decido di andare in spiaggia. Invece di fermarmi a Santa Monica, cammino lungo la Ocean Front Walk verso sud, direzione Venice Beach. E quando arrivo, vengo accolta da uno spettacolo a dir poco inaspettato. Oltre ai soliti palestrati che mettono in mostra i muscoli, agli artisti di strada e a vari personaggi che promuovono marijuana terapeutica ripetendo “It’s legal!“, c’è un’area che sembra uscita da un film di Bollywood: carri coloratissimi, bancarelle a tema vegetarianismo e reincarnazione e un palco sul quale si esibiscono delle bravissime danzatrici indiane.

Sono in India? No, a Venice Beach

Danzatrici al “Festival of Chariots” di Venice Beach

Sono nel bel mezzo del “Festival of the Chariots“, organizzato ogni anno dal movimento Hare Krishna. Faccio un giro fra gli stand e mi fermo davanti a quello degli snack: del resto non ho ancora pranzato. Poi un’insegna attira la mia attenzione: “Free Feast“. Come “free”? Mi avvicino e sì, le persone sotto la tenda distribuiscono cibo gratis. Mi aspetto di trovare almeno una cassettina per le offerte, invece no, non si paga proprio nulla.

Non si dice mai di no a un pranzo gratis

Prendo un piatto e mi siedo sull’erba mentre una band, su un palco poco distante, allieta i presenti con una versione moderna del classico mantra “Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare“. Il pubblico apprezza e balla senza sosta.

Bancarelle al “Festival of Chariots” di Venice Beach

Con la pancia piena mi sposto verso la spiaggia, non prima di un’altra tappa davanti al palco principale, dove è in scena una rappresentazione de “Il Mago di Oz 50 anni dopo”, con Dorothy coi capelli bianchi e l’omino di latta con l’artrite. Sulla spiaggia leggo “Lettere contro la guerra” di Tiziano Terzani, libro perfettamente in tema.

La giornata di conclude con un magnifico tramonto sulla spiaggia. Posso rincasare soddisfatta.

Tramonto sulla spiaggia a Santa Monica

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Un mercoledì da leoni

Cosa sarebbe un viaggio in California senza un po’ di surf? E allora eccomi sulla spiaggia di Santa Monica pronta per la mia prima lezione. Si comincia con un po’ di tecnica sulla sabbia, per imparare come alzarsi sulla tavola da surf. Certo, sulla terraferma sembra tanto facile, ma in acqua è tutta un’altra cosa. La mia performance non si può certo definire brillante e penso di aver ingoiato qualche litro di acqua del Pacifico, ma alla fine delle due ore sono soddisfatta, anche se distrutta. Dettaglio: prima di iniziare, da bravi americani, mi fanno firmare un documento nel quale dichiaro di sapere che fare surf può essere pericoloso e che mi impegno a non denunciare il titolare. Oookay.

Prima di rientrare faccio tappa alla sala giochi del Santa Monica Pier per una partita a Street Fighter. Personaggio scelto, ovviamente, Chun Li. E guardate un po’ i punteggi:

Son soddisfazioni

Alla fine della giornata penso proprio di essermi meritata un premio, quindi mi fermo da Yummy Cupcakes per una red velvet cream cheese cupcake. Divina.

Red velvet cupcake
Foto: yummycupcakes.com

Arrivata a casa ho a malapena la forza di farmi la doccia e buttarmi sul letto. Questa mattina mi sveglio e mi fa male tutto, braccia, addominali, glutei, peggio che andare in palestra. E visto che le mie vacanze non sono vacanze se non porto a casa almeno un livido

Ouch.

Penso che farò un’altra lezione di surf. Prima però aspetto di non essere così dolorante.

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I love cupcakes!

Avevo già in mente un bel post a tema mezzi pubblici, ma sono intervenute cause di forza maggiore che mi hanno fatto cambiare idea. Mi spiego: ho mangiato una cupcake così buona che mi è sembrato doveroso parlare dell’argomento.

Per chi non lo sapesse, le cupcake sono dei dolci simili ai muffin, un po’ più piccoli e ricoperti di crema. Non vado matta per le creme in generale, ma queste sono divine. Il posto in questione si chiama “Yummy Cupcakes” e direi che il nome è più che azzeccato. Ci sono stata due volte a distanza di un paio di settimane ed entrambe le volte sono rimasta estasiata. Il primo assaggio è stata una chocolate coconut cream cheese: cupcake al cioccolato con crema al cream cheese e cocco. Come dico spesso in questi casi: ho visto la Madonna. Ma adoro sia il cioccolato che il cocco, quindi un po’ me l’aspettavo.

Oggi invece ho optato per una peanut butter cup: cupcake al cioccolato con cuore di burro d’arachidi e crema al burro d’arachidi. Non sono una grande fan del peanut butter, ma mi sentivo in vena di sperimentazioni gastronomiche estreme. E oltre alla Madonna ho visto anche il Primo Mobile e i cori angelici.

Peanut butter cup cupcake

Non mi stupisce che queste cupcakes siano state votate le migliori di Los Angeles nel 2011. Il menù (consultabile dal sito, ma in negozio ci sono anche altri gusti oltre a quelli elencati) cambia ogni giorno e ci sono sempre due varianti vegane. Inutile dire che ci tornerò.

PS Il sito elenca fra le future locations internazionali anche l’Italia. Il mio colesterolo trema all’idea.

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Uova con sorpresa

La mattina di Pasqua i bambini tedeschi sono impegnati nella tradizionale “caccia alle uova”: i genitori nascondono uova sode decorate in giro per la casa o in giardino e i figli devono ritrovarle tutte. Quest’anno, però, la caccia alle uova è iniziata prima e per motivi meno allegri: dopo la mucca pazza, il pesce al mercurio, l’influenza aviaria e la febbre suina, è la volta delle uova alla diossina.

Com’è possibile che la contaminazione sia avvenuta nella patria del cibo bio, per di più nel Paese che, nell’immaginario collettivo, è rigidissimo e inflessibile nei controlli? Ho dato una rapida occhiata alla stampa tedesca e ho trovato un articolo dal titolo emblematico: “Scandalo diossina: l’abbondanza avvelena il nostro cibo“.

La tesi di fondo è che la corsa al ribasso dei prezzi ha come conseguenza inevitabile una qualità altrettanto bassa e se si è arrivati alla situazione attuale è anche perché i consumatori non si sono mai veramente interessati alla provenienza di ciò che finisce nei loro piatti.

In realtà, in Germania esistono due tipi di consumatori: da un lato quelli che fanno la spesa nei supermercati bio e, potendoselo permettere, spendono molto per avere un cibo sano; dall’altro quelli che comprano nei discount, dove si trovano, riporta l’articolo, “500 grammi di macinato a meno di 2 euro, un litro di latte a 60 centesimi e una confezione da 10 uova (allevamento a terra) a 1,29 euro“.

I generi alimentari tedeschi non sono mai stati tanto a buon mercato: ricordo ancora che ogni volta che facevo la spesa a Berlino pensavo che la cassiera si fosse dimenticata di battere qualcosa perché il totale mi sembrava troppo basso. La produzione industriale garantirebbe anche sicurezza e igiene mai raggiunti prima, eppure qualcosa che non va c’è. E nemmeno gli allevamenti bio sono al sicuro: anche le loro uova riportavano tracce di diossina.

I ritmi serratissimi della produzione di massa impongono l’uso di pesticidi, concimi chimici e allevamenti intensivi per sostenere una produzione sempre più insostenibile, anche a scapito delle fattorie tradizionali: negli ultimi 30 anni il loro numero si è quasi dimezzato, vista l’impossibilità di competere non solo sul fronte della produzione, ma anche su quello dei prezzi, spinti sempre più verso il basso.

Secondo il giornalista è inutile chiedere controlli più rigidi e sanzioni più severe: passato il momento di indignazione collettiva le cose tornerebbero come prima, fino al prossimo scandalo. Invita invece i consumatori a informarsi sulla provenienza del cibo che acquistano e si chiede se valga davvero la pena fare del male non soltanto all’ambiente, ma anche a noi stessi, solo per risparmiare qualche euro.

Fonte immagine: www.sxc.hu

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Disavventure in cucina

Vado a fare la spesa al supermercato dietro casa. Ho voglia di pizza. Mi fermo al banco dei surgelati e adocchio perplessa le varie confezioni dall’altra parte del vetro. Fra una pizza greca con gyros e una Hawaii con prosciutto e ananas (qui è un classico) noto un marchio familiare: la Pizza Ristorante della Cameo, che in Germania si chiama Dr. Oetker. “Se la vendono anche in Italia”, penso, “non deve essere male.” Decido di investire questi 2 euro e qualcosa e prendo quella agli spinaci.

Ho davvero fame e non vedo l’ora che sia cotta. Tempo neanche 15 minuti et voilà, la cena è servita. Appena apro il forno vengo investita da una zaffata d’aglio che avrebbe steso un qualunque vampiro nel raggio di un km. “Oh be’, tanto stasera non devo limonare nessuno.” Al primo morso, le mie papille gustative vengono assalite contemporaneamente da sapori opposti: da un lato il suddetto aglio, dall’altro un qualcosa di dolce. Dolce? Sulla pizza? Eh sì, c’è qualcosa di dolciastro nella pasta. E anche il formaggio ha un sapore strano. Ma ho fame e non sono schizzinosa, quindi continuo a mangiare.

Solo dopo avere finito faccio quello che, forse, avrei dovuto fare prima di portare la pizza alla cassa: leggo la lista degli ingredienti. La prima cosa che noto è che manca quella in italiano; c’è in tedesco, inglese, francese, in tutte le lingue scandinave, perfino in russo. Ma non in italiano. E già questo è sospetto. Mi metto a leggere: OK, passi il formaggio Edam, passino i semi di sedano (non sapevo neanche che fossero commestibili), passi anche il pepe di Cayenna, ma che bisogno c’era di aggiungere lo zucchero? Non solo: anche sciroppo di glucosio e zucchero caramellato. Altro che avere l’impressione che la pasta fosse dolce, questa pizza potrebbe essere servita direttamente al posto del dessert.

La prossima volta che avrò voglia di spinaci, me ne vado al mercato turco e mi compro un Gözleme, così almeno so quello che mangio.

Foto: ©Dr. Oetker

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Destinazione Berlino – 3

Parte 1: I classici
Parte 2 : I nuovi classici

Da bravi turisti avete visto i monumenti, visitato magari un paio di musei, scattato tante foto, macinato chilometri a piedi. Direi che adesso vi meritate una pausa.

Essen und trinken

L’italiano in vacanza, ammettiamolo, trova sempre da ridire sul cibo locale, ovunque si trovi. Non ho ristoranti italiani da consigliarvi; ce ne sono sicuramente di ottimi, ma io preferisco provare cose particolari quando non sono in patria, quindi, per chi vuole provare l’ebbrezza del cibo “Made in Berlin”, ecco qualche dritta.

Iniziamo subito col dire che in Germania, in generale, non c’è la “cultura” dello stare a tavola come da noi, quindi si è sviluppato soprattutto lo street food. Due in particolare sono tipici: currywurst e döner kebab, entrambi venduti praticamente ad ogni angolo di strada.

Il Currywurst, würstel condito con salsa a base di ketchup, tabasco e curry, è uno dei piatti tipici di Berlino. Nato nel secondo dopoguerra, i berlinesi gli hanno anche dedicato un museo, il Currywurst Museum, appunto. Due chioschi storici sono Konnopke’s a Prenzlauer Berg (U-Bahn Eberswalder Straße), il più vecchio della città, e Curry 36 a Kreuzberg (U-Bahn Meringdamm), che si dice sia il migliore di tutta Berlino.

Diffusissimi sono anche i chioschi di Döner Kebab. Quando frequentavo il corso di tedesco andavo spesso a pranzare da Ali Baba, sulla Kastanienallee, e sia i loro kebab che i falafel sono deliziosi. Ma è difficile trovare un kebab veramente cattivo, con tutta la concorrenza che c’è. State solo attenti quando vi chiedono se volete la salsa piccante (scharf): è veramente piccante!

Per chi ha nostalgia di casa, sempre sulla stessa via, in direzione della fermata di Eberswalder Straße, si trova la Focacceria Naturale. Non so come siano gli altri piatti, ma le focacce sono ottime. E poco distante, sempre sulla Kastanienallee, c’è il Prater, il Biergarten più vecchio di Berlino, per gustarsi una birra all’aria aperta – tempo permettendo. Agli amanti del sushi, invece, consiglio  Ishin, di cui ho già parlato in questo post.

Se avete voglia di un ristorante “tradizionale” e volete sperimentare la cucina tedesca, fermatevi alla Kartoffelhaus #1 sulla Karl-Liebknecht-Straße (fermata S+U-Bahn Alexanderplatz). Tutti i piatti hanno come ingrediente principale le patate, regine incontrastate della cucina teutonica.

Avevo detto che non ho ristoranti italiani da consigliare; mi è venuto in mente che uno invece lo conosco: si chiama Via Nova e lo trovate in Universitätsstraße 2. I prezzi sono decisamente più alti dei posti che ho nominato fino ad ora, ma se proprio sentite il bisogno di un piatto di pasta come si deve, qui andate sul sicuro.

Sulla Oranienburgerstraße, vicino agli Hackesche Höfe, trovate invece The Sixties Diner, un locale in perfetto stile diner USA anni ’50. I prezzi sono un po’ alti rispetto alla media berlinese, ma l’atmosfera è simpatica e le porzioni abbondanti.

Chi vuole provare l’ebbrezza di un fast food made in Germany può fermarsi in uno dei tanti Nordsee, dove tutto è a base di pesce. Fritto, arrosto, crudo, non avete che l’imbarazzo della scelta.

Quasi tutti i ristoranti offrono piatti vegetariani, ma se ne volete uno vegetarian friendly al 100%, fate un salto da Yellow Sunshine, Wiener Straße 19 (U-Bahn Görlizer Bahnhof). Insalate, hamburger, dolci, tutti rigorosamente vegetariani o vegani. E buonissimi.

E, last but not least, il tempio di ogni buongustaio che si rispetti: l’ultimo piano del KaDeWe, i grandi magazzini più famosi e costosi di Berlino. Per i primi cinque piani sembra solo una versione più chic della Rinascente di Milano (o il corrispettivo tedesco di Harrod’s), ma arrivati al sesto piano tutto cambia: non solo ci sono bar e ristoranti che offrono prelibatezze varie, ma anche banconi, stand e scaffali stracolmi di cibo. Qualsiasi tipo di cibo, proveniente da qualsiasi parte del mondo. Pasta, cioccolato, spezie, liquori. Se vi manca un ingrediente e avete girato inutilmente tutti i supermercati della città, qui lo troverete. Provare per credere.

Questo per quanto riguarda il cibo. E per uscire la sera? Anche qui c’è l’imbarazzo della scelta. La zona più frequentata è di sicuro quella attorno alla Simon-Dach Straße (S+U-Bahn Wahrschauer Straße), nel cuore di Friedrichshain. Qui il problema principale sarà decidere quale locale scegliere, vista l’abbondanza di offerta.

Sotto ai binari della U-Bahn di Wahrschauer Straße si trovano invece alcune discoteche molto “in”, per chi avesse voglia di ballare. Nel fine settimana i mezzi funzionano per tutta la notte, quindi non correte il rischio di rimanere a piedi.

Bene, il mio bigino turistico a tema Berlino finisce qui. Mancano molte cose all’appello (l’SO36 sulla Oranienstrasse, locale storico della scena punk; il White Trash sulla Schönhauser Allee, un po’ ristorante, un po’ tattoo studio, un po’ locale di musica dal vivo; una quantità di locali sparsi per tutta Kreuzberg e Prenzlauer Berg; i centri commerciali per i fanatici dello shopping, vedi Alexa, dietro ad Alexanderplatz), ma è impossibile racchiudere Berlino in così poco spazio. Diciamo che questo potrebbe essere un inizio, un concentrato da arricchire quando si è sul posto.

Buon viaggio e buon divertimento!

Immagine The Sixties Diner © The Sixties Diner

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Sushi made in Berlin

Uno dei miei compagni al corso di Business German era giapponese. La sua conoscenza del tedesco era strabiliante, ma mi ci è voluto un po’ per abituarmi all’accento. Un giorno disse di avere mangiato un ottimo sushi, neanche troppo caro, in un ristorante dalle parti di Friedrichstraße, una delle vie più chic di Berlino. E se lo dice uno che viene da Tokyo, vorrà dire che è vero, no? Purtroppo non si ricordava il nome della via, nè quello del locale; o meglio, ricordava il nome, ma non aveva idea di come fosse scritto in caratteri occidentali, visto che aveva letto solo il kanji sull’insegna.

Mi ero quasi rassegnata all’idea che non avrei mai assaggiato questo fantastico sushi made in Berlin, quando un giorno le mie colleghe propongono di andare a mangiare sushi in pausa pranzo. Temendo di sborsare un capitale, ma confidando nel fatto che tutto, tranne i mezzi pubblici, qui costa meno che a Milano, mi aggrego. Ed eccomi proprio nel ristorante consigliato dal buon vecchio Masa.

L’ambiente ricorda un po’ una mensa e bisogna fare la fila per aspettare che si liberi un tavolo, ma a pranzo i menù di sushi partono da 5,50€ (14 pezzi di sushi misto + tè verde) e con meno di 5€ si mangia un ottimo piatto caldo a base di riso, salmone e verdure.

Per chi volesse un’alternativa ai classici currywurst o döner kebab, il ristorante si chiama Ishin e si trova in Mittelstraße 24, a 5 minuti dalla fermata Friedrichstraße (S-Bahn, U-Bahn, Tram).

www.ishin.de

Fonte foto: http://www.sxc.hu

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Fare la spesa a Berlino

Di ritorno dal corso di Business German, mi sono fermata a fare una mini-spesa: abitando al quinto piano (senza ascensore, ovviamente, siamo a Berlino), ho imparato subito che è fondamentale comprare quello che mi serve poco per volta, onde evitare di stramazzare rantolante sul pianerottolo del terzo piano, schiacciata dal peso di sacchetti stracolmi di cibo.

Gli acquisti di oggi:
Obst und Gemüse
– 5 pomodori
– 5 banane
– 3 pesche noci
– una confezione di pane multicereale affettato
– un panino di pasta di bretzel (da mangiare a merenda)

Totale: 4,93€.

Al momento pensavo di aver capito male, o che la cassiera si fosse dimenticata di battere qualcosa. Ho controllato lo scontrino, ma era tutto a posto. Ammetto che in Italia non vado spesso a fare la spesa e oggi ho comprato giusto il minimo indispensabile, ma 4,93€? Solo a Berlino.

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Cibo e stranezze – Parte 1

Questo fine settimana è stato all’insegna del “melting pot gastronomico”. Sabato mattina ho incontrato un’amica italiana che faceva scalo a Berlino prima di proseguire verso Bangkok e, dal momento che aveva qualche ora a disposizione, ne abbiamo approfittato per pranzare insieme e fare due passi. Siamo andate alla “Kartoffelhaus N°1”, dietro Alexanderplatz. Caratteristica del locale: tutti i piatti sono a base, o quanto meno contengono, patate. La mia baked potato con salmone affumicato si presentava bene:

Cigno-Patata

Sabato sera la mia coinquilina mi ha portato a Friedrichshain nel locale dove lavora la figlia, una vecchia macelleria trasformata in birreria. Tutte le birre sono distillate artigianalmente del gestore e leggendo il menù mi sono quasi commossa: una birra o sidro medi costano 1,90€, il mezzo litro 2,80€. Anche i panini (preparati “in casa” con lo stesso lievito usato per la birra, se non ho capito male) partono da 1,90€.

Oggi invece siamo andate a pranzo da un’amica italiana della mia coinquilina. Tipico pranzo italiano della domenica: pasta al forno, polpettone farcito con patate arrosto, doppio dolce e caffè. Una passeggiata, dopo tutto quel cibo, era d’obbligo. Siamo finiti alla Badeschiff, una piscina all’aperto allestita nel bel mezzo della Sprea, il fiume di Berlino, con tanto di sabbia, sdraio e dj-set.

Tornati a casa di questa ragazza italiana, che abita in un loft su due piani all’interno di una ex stamperia riconvertita ad uso residenziale, ho anche potuto ammirare l’ultima trovata berlinese per risolvere il problema del posto auto:

Parcheggio? No problem!

Perché lasciare l’auto sotto casa, quando puoi portartela fin sul balcone?

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