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Posts Tagged ‘Los Angeles’

Bye bye LA

Ultime ore a Los Angeles. La valigia è chiusa, lo zaino pronto. Non mi sembra vero che siano già passate 10 settimane (più di 2 mesi) dal mio arrivo.

Non sapendo a cosa dedicare l’ultimo post dalla West Coast, ho pensato di condividere una cosa curiosa. Nel campus della UCLA c’è un giardino botanico, il “Mildred E. Mathias Botanical Garden“, nel quale si possono osservare piante provenienti un po’ da tutto il mondo, oltre che tartarughe che nuotano nei ruscelli e prendono il sole sulle rocce e carpe enormi. E visto che in America tutto è grande, anche le pigne sono giganti.

Traduzione: “Attenzione, caduta pigne da 10-15 libbre (4,5-6,5 Kg)”.

Come, pigne da più di 4 Kg? Impossibile. E invece no, eccone una lì sotto l’albero:

Dalla foto forse non si colgono bene le dimensioni, ma paragonandola alla mia mano…

Meno male che non me ne è caduta una in testa mentre facevo la foto.

Bye bye LA, I’ll miss you!

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800 gradi

No, il titolo non si riferisce alla temperatura che ho trovato in casa quella volta che sono uscita senza accendere l’aria condizionata (immaginatevi di entrare in un forno e avrete un’idea dell’atmosfera che mi ha accolto al rientro).

Un paio di settimane fa la copertina di LA Weekly, settimanale gratuito con tutti gli appuntamenti culturali e per il tempo libero, era dedicata alla pizza. All’interno, pagine e pagine dedicate alle migliori pizzerie della città. Una di quelle nella Top Ten è nel mio quartiere, quindi ho deciso di fare un salto e vedere come fosse questa pizza made in LA.

Innanzitutto va precisata una cosa: la mente dietro a questa pizzeria, che si chiama appunto “800° Degrees“, ha applicato il concetto di fast food alla pizza e ha declinato il tutto all’americana. All’ingresso si sta in fila e, come prima cosa, si decide quale base si vuole: margherita, bianca o marinara. Passo successivo: i toppings. Ogni ingrediente aggiuntivo costa un dollaro (tranne qualche eccezione, tipo il tartufo o il prosciutto di Parma che costano tre dollari) e se ne possono aggiungere a volontà. Io mi sono limitata a due: funghi e scamorza affumicata. Quando la nostra pizza è assemblata, si passa dalla cassa a pagare e il pizzaiolo la inforna. Tempo di cottura: 60 secondi (giuro!) Nell’attesa si va a prendere da bere (l’acqua, come in tutti i ristoranti e fast food americani, è gratis). Quando chiamano il nostro numero si ritira il piatto e si va alla ricerca di un tavolo libero. Alla fine, con meno di 10 dollari ho mangiato una buona pizza, che non aveva nulla da invidiare a una fatta in Italia. Non mi posso lamentare.

Mmh, pizzaaa…

Tra l’altro il posto è talmente popolare che c’è sempre la fila fin fuori dal locale. Questa era la situazione quando sono uscita:

Peggio che essere a un concerto rock

Ho visto di peggio solo alla gelateria “Diddy Riese“:

La fila inizia davanti al quarto albero da sinistra

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Los Angeles by bus

Foto: Wikipedia

Le città americane, con poche eccezioni (vedi New York), non sono famose per l’efficienza dei mezzi pubblici. L’americano medio ama la propria auto e la usa anche per andare dietro l’angolo, con conseguenze prevedibili su traffico e inquinamento, e gli autobus sono considerati mezzi di serie B.

Non avendo un’auto a disposizione, appena sono arrivata ho fatto l’europea e mi sono informata sulle linee che passano nella mia zona. Essendo a due passi dal campus della UCLA, il quartiere è molto ben servito, ma sono subito incappata in un problema: a Los Angeles non c’è un’unica azienda di trasporti, ce ne sono diverse, ognuna con i propri biglietti e abbonamenti, validi solo per le proprie linee. Nel caso si debbano usare linee di aziende diverse bisogna pagare un transfer oppure comprare un EZ pass, valido su tutte le linee dell’area metropolitana.

Il primo passo è stato quindi valutare quali linee avrei usato di più e quale tipo di abbonamento scegliere. Ho optato per il Metro 30-Day Pass ed è stato un ottimo investimento. All’inizio avevo pensato di pagare di volta in volta il biglietto, tanto costa solo $1,50. Peccato che siano $1,50 a tratta: se per andate dal punto A al punto B devo cambiare mezzo (cosa che succede regolarmente, viste le distanze enormi) devo pagare $3 dollari. A conti fatti, conviene l’abbonamento.

Il primo impatto con gli autobus di Los Angeles è stato avventuroso. Tanto per iniziare, non trovavo la fermata. L’avevo cercata su Google Maps e doveva essere lì, accidenti, ma non la trovavo. C’era quella per andare nella direzione opposta, ma non quella che serviva a me. Poi ho notato un palo, quasi completamente nascosto dai rami di un albero, ed eccola lì, in mezzo ai cespugli, accanto al Bel Air West Gate. Immaginatevi la sottoscritta che aspetta fra le frasche mentre mi sfrecciano davanti Porsche, Ferrari, Maserati e macchinoni vari.

Una volta salita sull’autobus, la prima cosa che ho notato (dopo l’escursione termica, perché l’aria condizionata è sempre al massimo) sono stati gli schermi che trasmettono vari programmi di infotainment a cura di Transit TV: previsioni meteo, gossip,quiz a premi, il tutto in inglese e spagnolo. All’inizio ho pensato “Che americanata”, ma avendo diverse ore di viaggio alle spalle, ammetto che quando si è imbottigliati nel traffico ogni distrazione è ben accetta.

Altro problema: la mia fermata si avvicinava e io non trovavo i pulsanti per prenotare la fermata. Attimi di panico nei quali ho immaginato di restare intrappolata sull’autobus fino al capolinea. Poi ho notato dei cavi gialli lungo i finestrini e un cartello con la spiegazione: “Tirare il cavo per prenotare la fermata“. In realtà più che tirare bisogna aggrapparsi, vista la forza necessaria, ma alla fine sono riuscita a scendere alla fermata giusta.

 

La cosa più ingegnosa di tutte, però, è il sistema per il trasporto delle biciclette. Ogni autobus ha una rastrelliera all’altezza del paraurti anteriore: invece di portare la bici a bordo la si carica prima di salire e la si recupera una volta scesi. Geniale.

Foto: LADOT Bike Blog

Ma una cosa farebbe impazzire il milanese medio: il metodo per la salita. Si usa solo la porta anteriore, chi ha la tessera la appoggia al lettore, altrimenti si infilano i dollari e le monetine nella macchinetta (che non dà resto, quindi bisogna avere la cifra esatta). E ovviamente si sta tutti in fila ad aspettare pazientemente il proprio turno. No, questa perdita di tempo sarebbe inconcepibile. Però così tutti pagano il biglietto.

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Nisei Week 2012

19 agosto, cerimonia di chiusura della 72esima Nisei Week, Little Tokyo. Da brava otaku non posso certo perdermela. Arrivo in 1st Street e mi trovo in mezzo a signore in yukata e signori in happi, tutti pronti per esibirsi nella danza Ondo. Fra tanti costumi tradizionali, però, spicca un gruppo di simpatici mattacchioni imparruccati:

Little Tokyo o Little Memphis?

Vengono presentati i vari gruppi, ognuno capitanato da una sensei, e poi si comincia, tutti in fila dietro alla coreografa ufficiale. Alcune canzoni sono suonate dal vivo, altre sono registrazioni, come quella che apre le danze, l’inno ufficiale delle Olimpiadi di Tokyo del 1964:

Nella pausa, come nella più classica delle feste di paese, vengono estratti i premi della lotteria (primo premio: due biglietti aerei per Tokyo più $2.000 in contanti) e poi via, si riparte!

Adesso capisco da dove arrivano i balletti di Pollon.

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5 agosto, domenica. Decido di andare in spiaggia. Invece di fermarmi a Santa Monica, cammino lungo la Ocean Front Walk verso sud, direzione Venice Beach. E quando arrivo, vengo accolta da uno spettacolo a dir poco inaspettato. Oltre ai soliti palestrati che mettono in mostra i muscoli, agli artisti di strada e a vari personaggi che promuovono marijuana terapeutica ripetendo “It’s legal!“, c’è un’area che sembra uscita da un film di Bollywood: carri coloratissimi, bancarelle a tema vegetarianismo e reincarnazione e un palco sul quale si esibiscono delle bravissime danzatrici indiane.

Sono in India? No, a Venice Beach

Danzatrici al “Festival of Chariots” di Venice Beach

Sono nel bel mezzo del “Festival of the Chariots“, organizzato ogni anno dal movimento Hare Krishna. Faccio un giro fra gli stand e mi fermo davanti a quello degli snack: del resto non ho ancora pranzato. Poi un’insegna attira la mia attenzione: “Free Feast“. Come “free”? Mi avvicino e sì, le persone sotto la tenda distribuiscono cibo gratis. Mi aspetto di trovare almeno una cassettina per le offerte, invece no, non si paga proprio nulla.

Non si dice mai di no a un pranzo gratis

Prendo un piatto e mi siedo sull’erba mentre una band, su un palco poco distante, allieta i presenti con una versione moderna del classico mantra “Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare“. Il pubblico apprezza e balla senza sosta.

Bancarelle al “Festival of Chariots” di Venice Beach

Con la pancia piena mi sposto verso la spiaggia, non prima di un’altra tappa davanti al palco principale, dove è in scena una rappresentazione de “Il Mago di Oz 50 anni dopo”, con Dorothy coi capelli bianchi e l’omino di latta con l’artrite. Sulla spiaggia leggo “Lettere contro la guerra” di Tiziano Terzani, libro perfettamente in tema.

La giornata di conclude con un magnifico tramonto sulla spiaggia. Posso rincasare soddisfatta.

Tramonto sulla spiaggia a Santa Monica

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Un mercoledì da leoni

Cosa sarebbe un viaggio in California senza un po’ di surf? E allora eccomi sulla spiaggia di Santa Monica pronta per la mia prima lezione. Si comincia con un po’ di tecnica sulla sabbia, per imparare come alzarsi sulla tavola da surf. Certo, sulla terraferma sembra tanto facile, ma in acqua è tutta un’altra cosa. La mia performance non si può certo definire brillante e penso di aver ingoiato qualche litro di acqua del Pacifico, ma alla fine delle due ore sono soddisfatta, anche se distrutta. Dettaglio: prima di iniziare, da bravi americani, mi fanno firmare un documento nel quale dichiaro di sapere che fare surf può essere pericoloso e che mi impegno a non denunciare il titolare. Oookay.

Prima di rientrare faccio tappa alla sala giochi del Santa Monica Pier per una partita a Street Fighter. Personaggio scelto, ovviamente, Chun Li. E guardate un po’ i punteggi:

Son soddisfazioni

Alla fine della giornata penso proprio di essermi meritata un premio, quindi mi fermo da Yummy Cupcakes per una red velvet cream cheese cupcake. Divina.

Red velvet cupcake
Foto: yummycupcakes.com

Arrivata a casa ho a malapena la forza di farmi la doccia e buttarmi sul letto. Questa mattina mi sveglio e mi fa male tutto, braccia, addominali, glutei, peggio che andare in palestra. E visto che le mie vacanze non sono vacanze se non porto a casa almeno un livido

Ouch.

Penso che farò un’altra lezione di surf. Prima però aspetto di non essere così dolorante.

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I love cupcakes!

Avevo già in mente un bel post a tema mezzi pubblici, ma sono intervenute cause di forza maggiore che mi hanno fatto cambiare idea. Mi spiego: ho mangiato una cupcake così buona che mi è sembrato doveroso parlare dell’argomento.

Per chi non lo sapesse, le cupcake sono dei dolci simili ai muffin, un po’ più piccoli e ricoperti di crema. Non vado matta per le creme in generale, ma queste sono divine. Il posto in questione si chiama “Yummy Cupcakes” e direi che il nome è più che azzeccato. Ci sono stata due volte a distanza di un paio di settimane ed entrambe le volte sono rimasta estasiata. Il primo assaggio è stata una chocolate coconut cream cheese: cupcake al cioccolato con crema al cream cheese e cocco. Come dico spesso in questi casi: ho visto la Madonna. Ma adoro sia il cioccolato che il cocco, quindi un po’ me l’aspettavo.

Oggi invece ho optato per una peanut butter cup: cupcake al cioccolato con cuore di burro d’arachidi e crema al burro d’arachidi. Non sono una grande fan del peanut butter, ma mi sentivo in vena di sperimentazioni gastronomiche estreme. E oltre alla Madonna ho visto anche il Primo Mobile e i cori angelici.

Peanut butter cup cupcake

Non mi stupisce che queste cupcakes siano state votate le migliori di Los Angeles nel 2011. Il menù (consultabile dal sito, ma in negozio ci sono anche altri gusti oltre a quelli elencati) cambia ogni giorno e ci sono sempre due varianti vegane. Inutile dire che ci tornerò.

PS Il sito elenca fra le future locations internazionali anche l’Italia. Il mio colesterolo trema all’idea.

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Una giornata fra le stelle

No, le stelle del titolo non sono quelle del cinema o della TV (per quelle ci sarà un post a parte), si tratta proprio di corpi celesti. Ieri sono andata al Griffith Observatory, osservatorio astronomico adagiato nel bel mezzo di Griffith Park, punto strategico sulle colline dal quale si può sia ammirare la famosa scritta di Hollywood, sia avere una panoramica dall’alto di Los Angeles. Smog permettendo.

La simpatica cappa di smog sopra Downtown LA

All’osservatorio si arriva con un bus navetta d’altri tempi con tanto di sedili in legno (scomodissimi). Anche qui, però, gli americani non si fanno mancare l’aria condizionata a palla. Meno male che ho imparato a portarmi sempre appresso il golfino.

L’interno dell’osservatorio è un piccolo angolo di paradiso per gli amanti del cosmo e della fisica in generale: informazioni sul sistema solare, la Via Lattea, telescopi, sismografi e perfino una bobina di Tesla.

Grazie a un tempismo perfetto, arrivo quando sta per iniziare la dimostrazione “Let’s make a comet”, ossia come costruirsi una cometa in casa. So che almeno una persona fra quelle che leggono questo blog apprezzerà il nome dell’auditorium dove si tiene la dimostrazione: Leonard Nimoy Event Horizon.

Lunga vita e prosperità.

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4 Luglio a Venice Beach

Non è la prima volta che visito gli Stati Uniti. Ma è la prima volta che sono qui il 4 luglio e non posso certo perdermi i festeggiamenti. Non potendo partecipare a quello che è lo sport nazionale più amato dopo il football, ossia il barbeque in giardino, decido di andare a Venice Beach per un pomeriggio sulla spiaggia, per poi spostarmi a Marina del Rey a vedere i fuochi artificiali.

Venice è uno di quei posti che vanno visti almeno una volta nella vita. Portici vagamente ispirati a Venezia, negozi e baracchini che vendono di tutto, dalle magliette alla pizza alla marijuana “terapeutica”, e una serie infinita di artisti di strada. Il tutto condito dai soliti amanti dello skateboard che sfrecciano tra la folla sprezzanti del pericolo.

La versione ammerigana de “La nascita di Venere”

Dettaglio: Venere pensa “History is myth”

Trovo un angolo di spiaggia relativamente calmo appena dietro a Muscle Beach, il ritrovo di tutti i palestrati della città. È in corso “Mr & Ms Muscle Beach”, che decreterà il re e la regina della spiaggia. Dopo aver preso un po’ di sole e aver fatto una nuotata nell’acqua (gelata) del Pacifico, mi incammino verso Marina del Rey.

Guerrilla Gallery

Il parchetto dove ho deciso di andare è letteralmente preso d’assalto e faccio fatica a trovare un fazzoletto di prato dove stendere l’asciugamano e sedermi a mangiare qualcosa. Poco prima delle 21 mi sposto per avere una visuale migliore. Lo spettacolo dura circa 20 minuti, con sottofondo di classici come “Born in the USA” e “God bless America” e tutto intorno a me è un tripudio di “Ooh”, “Aah” e “Wow”. Tanti “Wow”. Però, se devo essere sincera, i fuochi di San Giovanni a Monza sono meglio. Sorry, guys, Italians do it better!

Happy 4th, everyone!

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Arrivo a Los Angeles

A grande richiesta (?) questo blog lascia momentaneamente da parte i temi germanofili e si trasforma in diario di viaggio della mia avventura californiana. Senza entrare troppo nei dettagli, per i prossimi due mesi sarò a Los Angeles a seguire un workshop estivo alla UCLA. Come base un appartamento a Westwood, il quartiere universitario.

Il viaggio inizia subito con un piccolo intoppo: cambio a Londra e l’omino del terminal di Heathrow ci informa che “l’equipaggio non si trova”. Cominciamo bene. Dopo un’oretta di attesa ci fanno finalmente salire sull’aereo e ci spiegano che la colpa non è dell’equipaggio, ma di problemi tecnici ad Atlantic City il giorno prima, problemi che hanno causato ritardi a catena su tutti i voli da e per gli Stati Uniti, quindi non dobbiamo credere a quello che ci hanno detto in aeroporto. Sottinteso: maledetti inglesi.

Il volo fila abbastanza liscio, anche se un paio di file dietro di me c’è un bambino che strilla ininterrottamente per metà del tempo. Il capitano ha un nome da gangster italo-americano di Brooklyn e l’Italian salad dressing è a base di senape. No comment.

Arrivata a Los Angeles scopro che il clima è molto più piacevole di quello di Milano (sole, niente afa, brezza fresca) e lungo il percorso dall’aeroporto all’appartamento intravedo già due elementi tipici: le palme altissime e i ragazzi che vanno in skateboard sui marciapiedi.

Il secondo giorno lo passo combattendo il jet-lag e perdendomi nel campus della UCLA. È domenica mattina e ci sono un sacco di ragazzi che vanno e vengono dagli allenamenti di pallavolo, softball e football. Mentre cammino sento un fruscio provenire da una siepe. Mi giro aspettandomi di vedere una lucertola e mi trovo di fronte uno scoiattolo che scava fra le foglie. Sono proprio negli States.

Altri aggiornamenti sulla mia prima settimana californiana a breve. Stay tuned.

PS Per la cronaca, sono giorni che ho in testa queste due sigle. E non è divertente.

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