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Posts Tagged ‘parola del giorno’

L’angolo della parola del giorno latita da tempo. Per farmi perdonare, oggi presento due parole, dal significato praticamente opposto ma con una costruzione molto simile.

La prima, che si trova di tanto in tanto anche in qualche testo italiano, è Schadenfreude: parola composta formata da Schaden, danno, e Freude, gioia, indica il piacere che si prova di fronte alle sventure che capitano agli altri, il godere delle disgrazie altrui. Se dovessi indicare un esempio di Schadenfreude, penserei a Nelson dei Simpsons e al suo tipico “HA-HA!”

Copyright Matt Groenig / Fox Broadcasting Company

Copyright Matt Groenig / Fox Broadcasting Company

La seconda parola è invece Fremdschämen. Anche in questo caso si tratta di una parola composta: Fremd significa straniero, ma anche altrui, mentre sich schämen significa vergognarsi. Fremdschämen indica il senso di vergogna che si prova quando qualcuno fa o dice qualcosa di talmente imbarazzante che ci si vergogna per lui (o lei). Una sensazione che il capitano Picard deve conoscere molto bene, almeno a giudicare dalla quantità di facepalm di cui è protagonista che si trovano in rete.

Copyright Gene Roddenberry / Paramount Pictures

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Farin Fernweh

Prima di partire per le meritate vacanze, vi lascio con una parola del giorno adatta al periodo: Fernweh.

Non esiste una vera e propria traduzione italiana: il mio fidato dizionario Garzanti riporta la definizione “nostalgia di paesi lontani”, ma l’espressione non rende appieno il concetto. Fernweh è il contrario di Heimweh, che significa “nostalgia di casa”. La costruzione è la stessa dell’inglese homesickness: Heim significa infatti “casa” (nel senso di home, quindi non semplicemente il posto in cui si vive, ma il luogo degli affetti) e Weh significa dolore. Heimweh richiama alla mente il dolore che si prova quando si è lontani e si pensa alla propria casa, alla propria famiglia, ai propri cari. Fernweh è l’esatto contrario: Fern significa “lontano” e Fernweh è il desiderio di viaggiare, di lasciare la vita di tutti i giorni e mettersi in cammino, vedere il mondo.

La foto che ho scelto per illustrare questo post ritrae un musicista tedesco che incarna perfettamente il concetto di Ferhweh: Farin Urlaub, chitarrista dei Die Ärzte. Già il nome d’arte rivela la passione per i viaggi: è infatti un gioco di parole che significa, più o meno, “Vai in vacanza”. Farin è noto per i numerosi viaggi che lo hanno portato fino in capo al mondo e negli ultimi anni si è dato alla fotografia: nel 2007 ha pubblicato il libro fotografico “Unterwegs 1 – Indien und Bhutan” e nel 2011 “Unterwegs 2 – Australien und Osttimor“.

La Fernweh di Herr Urlaub traspare anche in alcune canzoni dei suoi album solisti, come “Abschiedslied” (“ich wollte immer weg von hier / obwohl ich dich so mag / ich träume von der weiten Welt / so ziemlich jeden Tag“: “ho sempre voluto andarmene da qui / anche se mi piaci così tanto / sogno di vedere il mondo / praticamente ogni giorno”) e “Pakistan” (“ohne Heimweh, ohne Heimat / ohne Koffer, ohne Geld / wir werdens offenbaren in unseren Memoiren“: “senza nostalgia, senza patria / senza valigia, senza soldi / lo pubblicheremo nelle nostre memorie”).

E con questa colonna sonora on the road vi saluto e vado a preparare la valigia. Endlich Urlaub!

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Piedi sul tavolo

Nonostante tutti i buoni propositi del mondo, il tempo e l’energia per aggiornare questo blog latitano. Per questo motivo, quando si è trattato di decidere a quale parola dedicare il nuovo post, la scelta è caduta sul momento della giornata che preferisco: Feierabend. Il significato letterale è “vigilia della festa”, ma può essere tradotta come “riposo della sera” e indica il tempo libero al termine del lavoro. Tempo ritenuto sacro dai lavoratori tedeschi: ricordo che nella mia vita precedente, quando facevo la consulente informatica e gli straordinari non retribuiti erano la norma anche se non c’era nulla da fare (“Per far vedere al cliente che ci siamo” sembrava essere il motto di tutti i project manager), uno dei suddetti project manager raccontava di esserci rimasto molto male quando era andato a Monaco di Baviera e i consulenti del posto si erano categoricamente rifiutati di lavorare oltre le 8 ore pattuite se non in caso di emergenza.

Ma come, dov’è finita la famosa operosità (Fleiß) tedesca, uno dei tratti distintivi della cultura prussiana, che ha reso la Germania la locomotiva d’Europa? In realtà questo atteggiamento è perfettamente coerente: quando c’è da lavorare si lavora, anche duramente e senza lamentarsi, ma una volta fatto il proprio dovere ci si gode il meritato riposo.

La flessibilità di orario introdotta da qualche anno nel sistema tedesco, inoltre, ha permesso al Feierabend di allungarsi notevolmente: moltissimi impiegati arrivano in ufficio alle 8 del mattino e saltano la pausa pranzo per poter staccare alle 16. A volte è capitato anche a me fare telefonate dopo le 16:30 e non trovare nessuno.

Ma cosa mai ci faranno i tedeschi con tutto questo tempo libero? A volte proprio nulla, ne approfittano semplicemente per rilassarsi e riposarsi, come succede in questo video del vignettista Loriot, in cui l’agognato riposo della sera si scontra con le eccessive attenzioni di una moglie un po’ troppo premurosa:

 

Fonte immagine http://www.sxc.hu/photo/425040/

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OhrwurmDal momento che è appena finita la maratona sanremese, ho scelto una parola del giorno a tema musicale: Ohrwurm.

Oltre a indicare un ordine di insetti (i dermatteri, detti anche forbicine), l’Ohrwurm, traduzione letterale “verme dell’orecchio”, è il corrispettivo tedesco del nostro “tormentone”. Ossia quella canzone, brano o motivetto musicale che ti si piazza in testa e non se ne va più. Può essere piacevole, se la canzone in questione è di nostro gradimento, o trasformarsi in un incubo (un tormento, appunto), se ci ritroviamo in testa qualcosa di insopportabile.

A volte gli Ohrwurm sono costruiti a tavolino: ricordo che quando uscì “Can’t get you out of my head” (titolo non casuale) di Kylie Minogue qualcuno disse che il lalala del ritornello era stato composto seguendo tutte le regole necessarie per confezionare un tormentone. Non so se sia vero, ma di sicuro l’effetto fu raggiunto.

Altre volte, invece, un motivetto diventa un Ohrwurm per caso: un classico di internet è “Leva’s Polka” del gruppo finlandese Loituma, che qualche anno fa spopolava online. È stato sufficiente prendere una parte della canzone, abbinarla a qualche secondo di un cartone giapponese in loop e il gioco è fatto.

E adesso vediamo quanto ci mettete a liberarvi da questi vermi.

Fonte immagine: yourdailygerman.wordpress.com

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Cominciamo il 2013 con l’angolino della parola del giorno. La parola di oggi è Vokuhila, contrazione di “vorne kurz, hinten lang”, cioè “davanti corti dietro lunghi”, equivalente dell’inglese “mullet”. Non credo esista una traduzione italiana, si tratta del taglio di capelli che andava per la maggiore negli anni ’70 e ’80, spesso abbinato a baffi di varia misura, e che ancora oggi è associato al luogo comune del turista tedesco, completo di sandali simil-Birkenstock portati rigorosamente coi calzini.

Risultati Google per "Vokuhila"

Risultati Google per “Vokuhila”

La band berlinese Die Ärzte ha persino dedicato una canzone a questo “fenomeno di costume”: “Vokuhila” da “Le Frisur”, concept album del 1996 tutto dedicato ai capelli.

Giudizio personale: questa acconciatura è accettabile solo se stiamo parlando di David Bowie nella fase Ziggy Stardust.

David Bowie sulla copertina di "Aladdin Sane"

David Bowie sulla copertina di “Aladdin Sane”

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In attesa di conoscere la parola dell’anno 2012, inauguro la rubrica della “parola del giorno”. Rubrica che non sarà però giornaliera: in questo periodo ho già i miei problemi a incastrare due lavori, palestra e impegni vari, non mi sembra il caso di aggiungere altro. Ma se non mi do una scadenza fissa forse (e la parola chiave della frase è forse) ce la posso fare.

L’idea è nata, come spesso succede, per caso: sto cercando un vocabolo nel dizionario e capito alla lettera G. Lo sguardo mi cade su “Gänsemarsch“, che in italiano si traduce con”fila indiana”, ma letteralmente significa “marcia delle oche”. Un’immagine molto carina in una lingua che viene spesso considerata dura e fredda per l’asprezza della pronuncia, ma che sa anche regalare piccole perle come questa.

Gäensemarsch

Gli Aristogatti © Walt Disney

Non so quando sarà il prossimo appuntamento con la parola del giorno, ma vista l’immensità del vocabolario tedesco, le occasioni non mancheranno di certo!

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